Scommesse, cresce la confusione tra legale e illegale

Il 15% dei giocatori non sa di utilizzare operatori non autorizzati: altro segnale dell’inefficacia del Decreto Dignità

di Elisabetta Esposito – Roma

 

Il tempo passa, ma la confusione sul mercato delle scommesse resta. È quanto emerge dalla ricerca realizzata da Luiss Business School presentata ieri a Roma nell’incontro “Mercato legale e gioco pubblico: il ruolo dell’industria” organizzato da Agic – Confindustria (Associazione gioco e intrattenimento in concessione). Una serie di dati illustrati dal professor Alberto Franco Pozzolo che offrono un quadro molto poco confortante sulla consapevolezza degli italiani rispetto alle piattaforme su cui giocano. Il rapporto evidenzia infatti che il 14,7% dei giocatori accede ai canali illegali senza saperlo (sia online che offline), a dimostrazione della difficoltà di orientarsi in un mercato complesso in cui manca la necessaria trasparenza per distinguere tra operatori autorizzati e non autorizzati. Una dinamica particolarmente pericolosa per i giocatori vulnerabili (oltre un terzo dei giocatori tra i 18 e i 34 anni sceglie operatori illegali) che possiedono una minore capacità – o più probabilmente una minore volontà – a comprendere dove sia corretto puntare. Non solo, quelli che vengono definiti giocatori “vulnerabili”, ovvero a maggior rischio di dipendenza, operano soprattutto nel mercato illegale: oltre il 26% dichiara di aver giocato grazie a operatori non autorizzati, una quota più che tripla rispetto a quanto rilevato tra gli altri giocatori.

La norma


Elementi che ancora una volta mostrano l’inefficacia di un provvedimento come il Decreto Dignità, che dal 2018 ha vietato qualsiasi forma di pubblicità, diretta e indiretta, relativa a giochi e scommesse con lo scopo di combattere la ludopatia. L’effetto, come dimostrano anche questi ultimi dati, è stato quello di far crescere la confusione tra legale e illegale, con un corrispondente aumento del volume del mercato non autorizzato che oggi tocca i 25 miliardi di euro, con perdite evidenti per lo Stato, ma anche per i club, che da dovuto rinunciare a sponsorizzati da concessionari autorizzati a causa di blocchi dei campionati stranieri con cui le italiane si trovano a competere senza introiti equivalenti nazionali. Si stima che tra la stagione 2019-2020 e quella 2024-2025 la Serie A abbia perso circa 250 milioni di euro come mancate entrate derivanti da sponsor del settore betting. Questo, come il riconoscimento di una sorta di diritto d’autore per chi organizza gli eventi su cui poi si gioca (si parla dell’1%), è uno dei possibili aiuti alla sostenibilità del settore che da tempo Federcalcio e club chiedono al governo. Il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi si è sempre detto favorevole a intervenire su una norma che non ha avuto gli effetti sperati, ma finora non è mai stato dato il via libera. L’idea è quella di iniziare un confronto parlamentare, meno ideologico e più funzionale sulla lotta a illegalità e ludopatia.

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